La cittadinanza europea

   
Con la conferenza di Sofia, capitale bulgara, del 13 e 14 Dicembre 2004, si aprì ufficialmente “l’Année Européenne de la Citoyenneté par l’Education”, “l’Anno europeo della Cittadinanza attraverso l’Educazione”. Bandita dal Consiglio d’Europa, l’iniziativa si poneva l’obiettivo di informare e coinvolgere le giovani generazioni riguardo la cittadinanza democratica con l’aiuto dei capi degli istituti, dei presidi delle università, degli insegnanti, dei responsabili dei progetti educativi e delle ONG. A spingere gli organizzatori è stata probabilmente la scarsa partecipazione alla vita politica e il pressoché nullo interesse da parte dei giovani verso la vita pubblica della comunità, situazione questa che mai come in questo periodo fa sentire il proprio peso. Questo non può che destar una certa preoccupazione, vista la mutevole natura dell’Unione Europea che allarga sempre più le proprie frontiere territoriali e, di conseguenza, culturali ed etniche.

Una giusta partecipazione e preparazione potrebbero dunque garantire una migliore integrazione nel mondo del lavoro, della cultura e del governo comunitario, ponendo le basi per rendere finalmente realtà il progetto di un’Europa cosmopolita a tutti gli effetti, sogno questo di molti che finora non ha saputo essere più che una mera utopia. Iniziando un discorso in generale, per realizzare un progetto di informazione di questo tipo bisogna innanzitutto definire bene il concetto di “cittadinanza”. Il significato di questa parola è mutato spesso nel corso della storia, passando da semplice garanzia a qualche diritto di base dei cittadini e alla forza del gruppo tipico delle polis ( il cittadino della polis era colui che “godeva degli stessi diritti e degli stessi doveri degli altri abitanti della polis”) a garante della partecipazione dell’individuo alla vita politica della propria comunità oltre che, ovviamente, a tutti i diritti e i doveri che accompagnano la vita sociale dell’individuo, situazione invece tipica della società moderna. La cittadinanza incorpora, dal punto di vista giuridico, le norme alle quali si è sottoposti e dalle quali si è tutelati che però decadono nel momento in cui si commetta un reato all’estero. L’UE tende ad abbattere questo limite, creando un codice di leggi comune a tutti gli stati membri che permetta dunque la nascita del “cittadino europeo”. Il problema che nasce è però quello di definire il “come” un individuo acquisti diritto alla cittadinanza: per nascita entro i confini dell’UE? Per l’essere figli di europei? Per l’avervi soggiornato e/o lavorato per un determinato periodo di tempo? .

Tornando al discorso storico, si è dunque passati dalla valorizzazione del gruppo a quella dell’individuo e dei suoi diritti soggettivi, puntando ad una maggiore soddisfazione del singolo che a sua volta potrà poi dar benefici alla comunità. Vista così, la definizione di “cittadinanza” pare essere proprio la sintesi di quei diritti cui i giovani paiono rinunciare tanto facilmente.E qui probabilmente entra in gioco una certa confusione, derivante probabilmente dalla mala interpretazione del concetto stesso di “cittadinanza”, che va a fondersi spesso con quello di “nazionalità”. Sulla prima già si è discusso, sulla seconda c’è da fare una piccola riflessione. Per nazionalità normalmente si intende il far parte di una nazione, cioè di una “grande famiglia umana legata da comunanza di origine, di lingua, di tradizioni, indipendentemente dall’ordinamento giuridico dello Stato”. Associare “cittadinanza” a “nazionalità” quindi rischia di minare alla base lo spirito dell’Unione Europea.

 Il concetto, diffusosi durante la Rivoluzione Francese,  che ogni nazione debba governarsi da sola, chiudendosi al mondo e alle culture straniere, anche se oramai quasi del tutto sradicato dalla mentalità dei politici, stenta ad allontanarsi da quella dei comuni cittadini. Far capire ai cittadini che nella società multietnica, oramai imperante praticamente ovunque in occidente, più nazionalità possano convivere sotto la stessa cittadinanza è un punto cruciale per lo sviluppo culturale ed economico futuro. E’ quindi fondamentale organizzare una campagna informativa che riesca a risultare, oltre che esaustiva dal punto di vista dei contenuti, anche capace di coinvolgere i giovani con iniziative non solo di ascolto passivo ma di partecipazione attiva, magari anche “sul campo” con progetti come l’ERASMUS e scambi culturali con l’estero. Nelle scuole sarebbe davvero interessante per i ragazzi partecipare a delle  lezioni dove il gioco dei ruoli “insegnante-alunno” scompaia a favore di un confronto democratico alla pari. In questo modo i giovani potrebbero abituarsi a mantenere un confronto civile con l’altro, sostenendo quindi un “allenamento” che in futuro potrebbe risultare utile in una società sempre più varia. Un’altra via per coinvolgere i giovani potrebbe essere quella di fondare associazioni, gruppi di discussione, forum on-line, magari anche multi lingua, che permetterebbero il confronto con ampie platee e con una varietà umana non indifferente. Diffondere in questi modi la cultura multinazionale della grande polis europea può contribuire alla formazione culturale e professionale della futura classe dirigente che dovrà far fronte ad un Europa fatta sempre più di cittadini e sempre meno di nazioni, che secondo le previsioni dovrà accogliere un flusso sempre maggiore di immigrati provenienti dai paesi non facenti parte della UE cui dovranno in qualche modo garantire condizioni di vita dignitose e il rispetto delle loro origini, educando a loro volta gli “ospiti” alla tolleranza e alla convivenza pacifica. E, perché no, concedere loro la cittadinanza in cambio di una civile ed onesta cooperazione alla vita pubblica ed economica dell’Unione, evitando di commettere errori come quelli del passato, come quello di considerare, secondo il trattato di Maastricht -“cittadino europeo è colui che ha la nazionalità di uno degli stati membri”, escludendo le comunità immigrate di seconda e terza generazione, come quella magrebina in Francia, ad esempio, dalla vita dell’UE. Ben vengano dunque iniziative come quella del Consiglio d’Europa, a patto che vengano ben pubblicizzate ed attuate in modo da rendere partecipi quanti più cittadini possibile. I tempi stringono, la necessità di una nuova coscienza comunitaria si fa sempre più urgente. Mancare l’obiettivo sarebbe un grave peccato e un grave danno per il futuro sociale, politico ed economico dell’UE e del mondo intero.

 

 

Articolo di Alessandro Scotti  VC comm.